L’alto colle fu certamente abitato da Etruschi e Romani: lo provano i molti frammenti rinvenuti nella zona.
Il nome proviene dall’antica ROMENA.
La località subì una prima distruzione nel terzo secolo avanti Cristo da parte delle truppe di Annibale che scendevano verso il Lago Trasimeno, spianando tutto al loro passaggio.
Le più antiche notizie dell’esistenza di questa imponente fortezza medievale risalgono al decimo secolo, dato che già nel 1008 ne parlano le cronache del tempo come di “Turrito e nobilissimo Castello” e vi abitava in quel tempo il Conte Guido Alberto dei Marchesi di Spoleto, che possedevano numerose corti in Casentino.
Passò poi, per eredità, alla famiglia dei Conti Guidi, e nel 1217 alla morte del Conte Guido Guerra II, il vasto patrimonio fu diviso tra i suoi quattro figli ed il Castello di Romena venne assegnato ad Aghinolfo, con cui iniziò il ramo dei Guidi di Romena.
Fu il periodo di appartenenza dei Guidi di Romena che vi abitò, probabilmente Dante Alighieri nel primo periodo del suo esilio nel 1302. Si ricorda che Dante aveva combattuto nella battaglia di Campaldino nel giugno 1289 nelle file dei guelfi contro i ghibellini di Arezzo.
Il Castello è citato nella Divina Commedia (Canto XXX dell’Inferno) e viene ricordato da Mastro Adamo che in una cantina del Castello falsificava, su richiesta dei Conti Guidi, i fiorini di Firenze. Scoperto a Firenze, venne raggiunto dalle guardie e bruciato vivo sulla vecchia strada per Firenze in località Lomortoli, che ancora conserva tale nome.
Per la colpa commessa, Dante getta Mastro Adamo tra gli idropici – che hanno il ventre pieno d’acqua e muoiono di sete – e il disgraziato uomo riferisce al sommo Poeta che, per lenire il dolore, avrebbe dato la vista per un gocciolo d’acqua, ma che per l’odio che nutriva nei confronti dei Guidi egli avrebbe preferito rinunziare se avesse potuto rivedere lì con lui Alessandro, Guido ed il loro fratello, che gli fecero commettere tale gravissima colpa.
Accenna così Mastro Adamo alla frescura delle acque di Fonte Branda (da non confondere con quella celebre di Siena) che trovasi sulla strada che scende alla Pieve romanica subito sotto alle mura esterne del Castello.
Il maniero venne poi venduto dalla famiglia dei Guidi alla Repubblica di Firenze nel 1357 per 9600 fiorini d’oro.
Nell’aprile 1440 il Castello fu conquistato dalle truppe mercenarie di Niccolò Piccinino, al soldo dei Visconti di Milano e successivamente liberato dal condottiero Neri Capponi al comando delle truppe fiorentine di Cosimo dei Medici, dopo la vittoriosa battaglia di Anghiari.
Dopo il lungo dominio del Granducato di Toscana, Romena diventò sede di Comune poi, sciolto questo, nel 1768 venne acquistata dal Conte Ascanio, della famiglia Goretti de’ Flamini, cui tuttora appartiene.
DESCRIZIONE DEL CASTELLO
L’imponente Castello di Romena era costituito dal Cassero, protetto da tre alte torri centrali e undici torrini del cerchio di mura esterno.
La Postierla è la torre centrale che protegge il ponte levatoio. Vi erano inoltre, lateralmente alla Postierla, due specie di trinceramenti detti Rivellini che permettevano ai combattenti di difendersi e eventualmente di ritirarsi attraverso le due porticine laterali esistenti nella Torre.
Quando i fiorentini sono entrati in possesso del Castello hanno scolpito il giglio fiorentino sul vecchio architrave della porticina.
La Torre delle Prigioni: non vi era accesso dal basso e si entrava solo dalla porticina che si affacciava sul cammino di ronda, sorretta da beccatelli. I prigionieri che venivano giudicati nella parte superiore della torre venivano poi calati, attraverso un boccolo, nei tre piani della torre a seconda della pena che dovevano scontare.
Alcuni studiosi di cose dantesche hanno avanzato la supposizione che siano stati proprio quei vari piani delle diverse pene a far nascere nella mente di Dante l’idea dei cerchi dell’Inferno.
La Piazza d’Armi: era il grande piazzale cintato da un altro cerchio murario, sulla sommità della quale correva il cammino di ronda. Su questo cammino di ronda i difensori all’interno si proteggevano riparandosi dietro ai merli guelfi. La piazza d’armi serviva per le esercitazioni militari dei soldati e della cavalleria.
Il Mastio, dove viveva la famiglia dei Conti Guidi, si trovava tra la Postierla e la torre del Mastio ed una volta alzato il ponte levatoio non vi si poteva accedere per la presenza di un fossato a secco.
Le acque piovane dei tetti delle costruzioni interne confluivano nella sottostante cisterna.
Il Mastio era, oltre che la prima torre di difesa dall’attacco frontale, anche l’ultima torre da difendere. All’interno, a mezzo di scale, i superstiti si calavano in un sotterraneo, che si dice, portasse fino al Convento delle Monache in Pratovecchio, quale via di fuga.
Le tre torri erano molto più alte delle attuali.
Sulla fronte del Castello esistono due bellissime porte originali dell’epoca, di accesso al Castello: Porta Bacia, perché sempre in ombra (bacio) e Porta Gioiosa, sempre al sole.
Un’altra Porta, esiste sulla strada medievale in direzione della Pieve romanica e si chiama Porta Don Gori, lungo la quale si trova la Fonte Branda, anch’essa citata da Dante nel Canto XXX dell’Inferno.
All’interno della cerchia muraria si trovano le abitazioni coloniche oltre ad un ospedale ed una chiesa per i pellegrini (Santa Maria Maddalena) crollati a seguito dei terremoti del 1579 e del 1729.
Lavori di restauro sono stati eseguiti nel tempo dai vari proprietari della famiglia Goretti de’ Flamini con contributi dello Stato per il consolidamento delle tre torri e della cerchia muraria.